domenica 5 settembre 2010

UN VIAGGIO NEGLI U2






di Andrea Curreli, Tiscali.it, Italia

Da dove cominciamo? E’ davanti a questo quesito che deve iniziare la chiacchierata con il giornalista di Ciak, Repubblica e critico musicale Andrea Morandi. L’argomento dell’intervista è infatti il suo libro U2. The Name Of Love (Arcana Edizioni, 2009), un viaggio nella storia del gruppo irlandese attraverso i testi di Bono. Un atto d'amore fatto di carta e inchiostro per la storica band in generale e per Paul David Hewson alias Bono in particolare. Gli album vengono sezionati e scomposti da Morandi per poi tornare integri attraverso una minuziosa analisi fatta canzone per canzone. Il risultato finale è un testo scorrevole e ricco di curiosità.
Andrea Morandi, come mai ha deciso di raccontare gli U2 attraverso i loro testi?
"C’erano tanti libri con i testi tradotti, ma nessuno con i testi commentati. Ascolto gli U2 da quando ero ragazzino e sono sempre stato affascinato dai mondi che descrivevano nelle loro canzoni. Quando ascoltavo Bullet the blue sky ad esempio pensavo al Salvador e questo accadeva anche con tutto l’album The Joshua Tree e i luoghi desolati dell'America. A questo ho voluto aggiungere un pizzico di scrittura romanzata perché so quanto possono essere noiosi i libri musicali. Da una parte ho voluto raccontare come sono nate le loro canzoni e dall’altra ho cercato di fare in modo che il lettore seguisse la vita di Bono dalla prima canzone di Boy all’ultima di No line on the Horizon. Mi affascina molto la storia di questo ragazzino insicuro che poi è diventato la rockstar planetaria miliardaria del 2010. La storia di Bono sarebbe perfetta per un biopic".
Restiamo sui testi. Sin dagli inizi la band rivendica le sue radici irlandesi mescolando politica e religiosità, temi che poi accompagneranno tutta la storia degli U2
"Il fascino di Bono e degli U2 è quello di riuscire a unire il colto e il popolare, la religione e l’ateismo riuscendo così a parlare a tutti, grazie a una capacità comunicativa impressionante. Basta pensare a una canzone come Sunday Bloody Sunday. Scrivendo il libro mi sono emozionato perché sono entrato nel meccanismo e ho capito che certe parole non sono state messe a caso. Prendiamo ad esempio una canzone meno conosciuta come Mofo. E' uscita nel 1997 nell’album Pop ed è la risposta a I will follow di Boy. Il tema è la rielaborazione della morte della madre di Bono avvenuta durante un funerale quando il cantante aveva solo 14 anni”.
In un panorama musicale così vasto, potrebbe indicare alcune tappe fondamentali della band?
"Il punto di partenza è The Joshua Tree del 1987. E’ il disco in cui gli U2 scoprono l’America e Bono inizia a capire che la scrittura di una canzone può essere anche letteraria. Infatti cita Flannery O'Connor e Allen Ginsberg e al tempo stesso descrive i luoghi dall’Arizona o New York. Ci sono otto singoli su undici brani e tutti sottendono alla scoperta dell’America fatta da una band irlandese. Un album importante perché è capace di folgorare anche oggi a 23 anni di distanza".
Altri dischi?
"Sicuramente Achtung Baby, un altro album dove c’è veramente di tutto: dalla letteratura alla filosofia. C’è Karl Popper con le sue intuizioni sulla televisione come cattiva maestra, e c’è Jean Baudrillard. Al tempo stesso ci sono le notti passate con le modelle di successo. La capacità di Bono è stata quella di frullare tutto in una concezione pop della vita passando da Popper alle notti tra Adam Clayton e Naomi Campbell. Non è una cosa facile perché è sicuramente più agevole essere elitari o totalmente popolari. Uscì nel 1991 e fu un disco di rottura per loro perché passarono dal rock classico con venature folk al rock sporchissimo e all’industrial. Hanno rischiato molto sia con questo album che con il successivo Zooropa. Anche la critica che li accusa oggi di conservatorismo dovrebbe invece riconoscergli questi meriti”.
Questa critica è totalmente immotivata?
"Effettivamente negli ultimi dieci anni si sono un po’ fermati con la sperimentazione, ma non bisogna dimenticare che per vent’anni hanno sfornato un disco più bello dell’altro. Lo stesso Discothèque è un pezzo di sperimentazione assoluta, e nell’ultimo album ci sono delle cose interessante fatte con Brian Eno. Forse pagano il fatto che Bono è continuamente sovraesposto e questo influisce sui giudizi della critica, ma musicalmente parlando è uno dei più grandi e lo metto pochi gradini sotto due grandi come Bob Dylan e Leonard Cohen. Spesso non passano i suoi testi, ma la sua immagine e il suo rock fisico”.
La loro filosofia quindi è sempre stata quella di rinnovarsi?
"Sono sempre rimasti aperti. Dopo i primi tre dischi hanno fatto The Unforgettable Fire, poi sono andati in America e hanno scoperto il blues, poi si sono messi ad ascoltare industrial, negli anni Novanta si sono spostati sull’elettronica. Non hanno mai avuto paura di cimentarsi con altri generi. Bisogna anche ricordare quello che Bono ha fatto con Luciano Pavarotti con Miss Sarajevo. Ora vanno a Broadway per fare il musical su Spider-Man. In sintesi gli U2 hanno fatto più o meno tutto".
Ammesso che esista, qual è la band erede degli U2?
"E’ difficile indicare un gruppo che è in grado di raccogliere la loro eredità perché gli U2, soprattutto per ciò che riguarda i testi, sono forse l’ultima grande rock band. Sono in grado con poche canzoni di farti riflettere. Potrei indicare i Coldplay ma Chris Martin deve imparare a scrivere meglio i suoi testi. Martin è bravo ma non è al livello di Bono che riesce a mettere in tre minuti la Bibbia e Popper. Per questo rimango scettico. Per la facilità con cui comunicano, ma solo per questo aspetto, potrei indicare anche i Green Day".

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